In quest’ultimo periodo sono state pubblicate analisi e statistiche che riguardano l’efficienza della scuola e dell’Università, in Italia e in Europa. Il sistema formativo italiano precede quello turco e occupa in Europa il quattordicesimo posto. Un sistema scolastico di eccellenza hanno invece le regioni a statuto speciale, nell’ordine, il Trentino Alto Adige, Il Friuli Venezia Giulia e la Val d’Aosta. Non certo la Sardegna. Queste regioni hanno fatto un uso virtuoso dell’autonomia e la loro scuola ha compiuto un salto di qualità che ha costituito la premessa culturale dello sviluppo economico. Il quale ha saputo impiegare i saperi tradizionali e una preparazione culturale e scientifica potenziata al massimo. Probabilmente, il confronto con le vicine culture mitteleuropee ha favorito il successo di quelle classi dirigenti illuminate.
Invitato a un convegno su Giuseppe Dessì a Trento, ho potuto constatare con meraviglia che nel centro non circolava una macchina; che non si avvistavano quei monumenti delle nostre strade che sono i cassonetti; che le facciate erano impeccabilmente restaurate e che tutto il centro storico percorribile a piedi era organizzato come un salotto di diversi chilometri quadrati. Non parliamo delle sedi delle varie Facoltà.
Ho collaborato e collaboro con il Centro internazionale del plurilinguismo a Udine. Una volta vi ho incontrato il Rettore Maida. Aveva ottimi rapporti con il Rettore del Friuli di allora. Ora. a giudicare dalle scelte, non so quanto si sia lasciato coinvolgere da quella concezione friulana dell’autonomia.
Credo che la classe dirigente sarda abbia rimosso le proprie tradizioni e abbia una visione del mondo fondata sulla lingua italiana e tenda ad elevarsi a quel modello nazionale italiano che, come siamo venuti a sapere, occupa in Europa il quattordicesimo posto. Come siano obsoleti i modelli culturali della scuola italiana lo dimostra la distribuzione dei fondi che l’attuale Legge finanziaria ha destinato alla scuola e all’università. Scegliamo alcune perle tra quelle riassunte dalla “Nuova Sardegna” (25.2.’07, p. 5): “Numerosi gli interventi per le attività culturali…. 500 mila euro per il triennio a favore delle biblioteche scolastiche, 100 mila euro nel triennio per le trasmissioni radiofoniche in sardo… 80 mila euro nel quadriennio per favorire il turismo scolastico. Dieci milioni di euro per la dispersione scolastica…”.
L’atmosfera autonomistica che respira la nostra classe dirigente e il Consiglio regionale, balza agli occhi se si considera che questi, chiamiamoli così finanziamenti, sono destinati addirittura al rapporto “lingua sarda e conoscenza”. Le istituzioni scolastiche locali e quelle ministeriali non hanno incluso nel fenomeno della dispersione scolastica il problema della diglossia e quindi della disparità tra lingua e cultura sarda e lingua e acculturazione italiana. Viene in sostanza sottovalutata l’incidenza delle dinamiche linguistiche sugli abbandoni scolastici. Le altre regioni a statuto speciale invece hanno saputo rivolgere a proprio vantaggio la diglossia, trasformandola in bilinguismo e ottenendo una motivazione profonda degli studenti e della comunità nel suo insieme alla crescita culturale e civile dei loro giovani nel mondo globale. Un’impostazione del problema della lingua come visione del mondo, non ha avuto, mi pare, veri riscontri da noi o non vi ha trovato diffusione. Non ne è stata colta l’importanza ai fini didattici e ciò spiega il ritardo della formazione linguistica e psicopedagogica della nostra scuola. I Sardi, sottoposti a una acculturazione prima iberica e poi italiana, e quindi abituati ultimamente alla lezione della astratta vulgata idealistica, hanno limitato la questione della lingua, nel migliore dei casi, al semplice ricupero della lingua d’uso. Non certo hanno considerato che sulla lingua insiste l’asse semiotico di ogni specifica cultura per cui se la lingua sarda è diversa dalla lingua italiana è diversa anche la visione sarda del mondo. Questa diversità, legittimata dalla Carta europea delle lingue regionali e delle minoranze, oggi legittima ancora di più l’attuazione dello speciale statuto autonomistico. La maggior parte delle persone cosiddette “colte”, considerano il sardo, un dialetto dell’italiano ne danno una valutazione negativa.
Conseguenze negative sul paesaggio rurale e urbano ha causato infatti il prevalere incontrastato dei modelli culturali italianizzanti, specialmente di quelli architettonici, improntati a una modernizzazione che prescinde da qualsiasi contestualizzazione storica. I modelli culturali della nazione italiana, accettati integralmente, hanno reso vano ogni discorso autonomistico dal momento che gli allievi sono cresciuti senza conoscere la propria storia, il plurilinguismo letterario del passato e il bilinguismo letterario del presente. Mentre i popoli dell’Amazonia peruviana mostrano oggi una consapevolezza linguistica a noi sconosciuta poiché sperimentano una didattica scolastica che nella valutazione tiene conto al 50% della identità culturale del territorio e al 50% della lingua e della cultura spagnola.
Non includere tra le cause della dispersione scolastica i disturbi connessi alla diglossia significa impiegare in maniera burocratica e senz’anima una risorsa enorme. Con una parte importante di quei finanziamenti, si può infatti sperimentare, una ratio degli studi più rispondente alle esigenze della comunità sarda e del suo sviluppo culturale ed economico.
La sproporzione dei finanziamenti destinati al rapporto lingua sarda – conoscenza dimostra che non esiste alcuna pratica concreta ed effettiva dell’autononomia. Le dichiarazioni di volontà dei politici e della classe dirigente sono solo di facciata, si riducono a parole vuote. In una situazione simile parlare di autonomia significa prendere in giro il popolo sardo.